Dopo il mito, si torna alla realtà: il racconto di Giovanna Tedesco
È passato ormai qualche giorno da quando tutto è finito. È finito lo spettacolo, che ha riempito il Teatro Vittorio Emanuele per due sere, è finito un anno di danza, di sudore, di pianti e di soddisfazioni per quella piroette andata bene, dopo tutto.
“Messina, tra mito e realtà”: con questo titolo Danzarte ha detto arrivederci al suo pubblico. Giovanna Tedesco, che ha fondato la scuola e da quindici anni la guida con tenacia persistente e saggio equilibrio, ci racconta cosa le resta di uno spettacolo che ha toccato il cuore di tutti coloro che sono saliti su quel palcoscenico.

“Adesso che è tutto finito, posso dire di essere soddisfatta di com’è andata. Fino all’ultimo istante abbiamo dovuto affrontare i classici problemi tecnici di uno spettacolo, ma al momento di andare in scena ogni situazione difficile si è sciolta: c’era solo la danza. Il secondo spettacolo, quello del 5 luglio, ha avuto tempi più giusti, con un miglior equilibrio tra le voci narranti e le ballerine, infatti il pubblico ha avuto la sensazione che il tempo scorresse più velocemente. Il messaggio che lo spettacolo voleva dare era molto forte: quattro leggende messinesi sono state utilizzate come pretesto per raccontare di corruzione, emarginazione, solitudine, perdizione. Temi che non possono essere trattati raccontando favole, perché la situazione culturale e sociale in cui viviamo è piuttosto dura. E così anche lo spettacolo doveva essere duro. Sul palco c’erano bambini piccolissimi: anche loro sapevano di cosa stavamo parlando. Ogni anno, prima di cominciare a lavorare al saggio e quindi prima ancora di montare le coreografie, io impiego un’intera lezione per parlare con gli allievi di tutti i corsi e, utilizzando naturalmente termini diversi, a tutti loro spiego quale sarà il messaggio da dare. Anche a sei anni devono dire qualcosa danzando, e se non sanno cosa dire lo spettacolo diventa asettico, impersonale, tiepido.
Da parte mia c’era l’intenzione di provocare. E chi lavora con me sa che deve aspettarselo. Ricordo di quando proposi all’insegnante di hip hop, Emanuela Contarini, di montare una coreografia sulle musiche dell’Aida di Giuseppe Verdi: all’inizio mi ha guardata come se avessi detto una pazzia. Ma poi il suo lavoro è stato meraviglioso. Ecco, nei miei saggi è così: ognuno viene stimolato a ricercare, anche dentro di sé, soluzioni originali, interpretazioni stilistiche non tradizionali, impulsi di ogni tipo. E a riversare poi tutto nelle coreografie.
Il pubblico, in tutte e due le serate, è stato molto attento: non tutti i passaggi erano facili da comprendere, ma il messaggio complessivo è arrivato, infine. E tutti erano comunque consapevoli che danzando stavamo dicendo qualcosa. Come al solito, c’è il rischio ma ci sono anche le reazioni positive, come la curiosità.
Ogni anno cerco di proporre una storia nuova, mai portata in scena, poco conosciuta, perché solo così io e gli altri coreografi possiamo dire qualcosa di nostro. E poi mi piace unire i corsi e mischiare le età: quest’anno è stato un azzardo unire le bambine di quattro anni con quelle di cinque, quelle di cinque con quelle di sei. Le bambine piccole che non studiano insieme si trovano disorientate quando sul palco non trovano le loro compagne. Ma questo è anche un modo per dare alle più grandi la responsabilità delle più piccole.
È stato uno spettacolo unitario, coeso, con un corpo centrale che non si interrompeva ma proseguiva, fino alla fine. Un racconto discontinuo avrebbe stancato il pubblico, invece in questo modo l’attenzione è stata alta fino ai saluti finali.
Il mio sogno, adesso, è riproporre il saggio ma sottoforma di spettacolo. E con le musiche dal vivo: i musicisti sono messinesi e abbiamo la possibilità di contattarli tutti direttamente. Alcuni di loro, come Katia Pesti, Giovanni Puliafito e i Kill the Pop sono venuti a vedere il saggio in teatro; tutti, anche quelli che si trovavano fuori città in tournée, hanno seguito da lontano lo spettacolo. Sarebbe molto bello, anche se difficile da mettere in pratica. Vedremo. Con questo auspicio voglio congedare il nostro pubblico”.
Un auspicio che può assumere la forma di un invito, qualora si realizzasse.


“Messina tra mito e realtà”, il racconto dello spettacolo.
Ieri sera, al Teatro Vittorio Emanuele, alle 21 in punto le luci in sala si sono spente, il brusio si è fermato, il pubblico si è messo a sedere. Il mito stava per prendere corpo sul palcoscenico. Sullo schermo montato alle spalle della scena è comparsa una scritta: Cola Pesce. Il segnale che lo spettacolo, proprio in quell’istante, stava cominciando.
Con la leggenda di Cola Pesce “Messina, tra mito e realtà”, lo spettacolo finale di Danzarte, ha avuto inizio. Cola Pesce, che secondo il racconto originale sta ancora tenendo sulle spalle una delle tre colonne che reggono la Sicilia, nello spettacolo di Danzarte diventa un bambino solitario che non riesce ad entrare in contatto con il mondo. E’ un racconto malinconico quello portato in scena da Danzarte: tre generazioni si confrontano con Cola Pesce, che rimane sempre più trincerato nei suoi confini, allo scopo di difendersi da un mondo che lo guarda da lontano. Proprio come fanno una bambina, un’adolescente e una giovane donna: lo osservano, forse lo giudicano, e poi ritornano alle loro vite “indiavolate”. E Cola Pesce durante la parte di spettacolo a lui dedicata rimane solo un’ombra proiettata sullo schermo, un fantasma che parla per tutte le persone che come lui sono alienate dal mondo. In lui possiamo rivedere gli immigrati che arrivano in Italia e nel momento stesso in cui sbarcano sulle nostre coste perdono la loro identità, per diventare solo figure astratte, senz’anima; in lui possiamo rivedere chi lotta per un’opinione non condivisa, per una battaglia scomoda, per un’idea da soffocare; in lui possiamo rivedere le donne che perdono ogni diritto e non per questo rinunciano ad essere donne. Cola Pesce, dunque, si tuffa nello Stretto: non per recuperare l’anello gettato a mare dalla figlia di Federico II, ma per fuggire e non tornare più. Il mare è il suo mondo, il mare lo accetta.
Costumi dai colori brillanti, musiche che ricordano i suoni della natura, passi di danza che simulano il lento ondeggiare delle alghe: il racconto di Cola Pesce si trasforma in danza e le coreografie seguono l’evolversi degli eventi. Dalla dolcezza dell’infanzia (con le allieve più piccole della scuola che, sotto la guida di Gaia Gemelli e Giovanna Tedesco, mostrano quanto imparato nell’ultimo anno) all’aggressività della vita da adulti, ben resa dalle vorticose scene finali in cui le ballerine più grandi mostrano quanto possa essere frenetica la vita di una troupe televisiva, nella coreografia “Una vita in diretta”. E’ Simone De Lorenzo a montare quest’ultimo frame ed è lui che ha creato le installazioni video che accompagnano il racconto sul palco.
Dopo Cola Pesce, è arrivato il momento di raccontare di Fata Morgana, che nella leggenda inganna i naviganti che vogliono raggiungere le coste sicule mostrando loro immagini illusorie sullo Stretto. Per Danzarte, Fata Morgana è una donna dalla forte volontà che entra a passi di danza in un’aula in cui giovani ricercatori stanno portando avanti i loro studi. Con il suo abito provocante e gli sguardi decisi, quella donna è la corruzione, che devia dal lavoro onesto, dal merito e dalla fatica. Perché la vita può essere molto più facile, e piegarsi sui libri è, sempre più spesso, la scelta meno popolare. Ma c’è sempre speranza che le cose cambino: alla fine del ‘quadro’ dedicato a Fata Morgana, le allieve di Danzarte srotolano uno striscione e manifestano, sul palco. “La cultura è un diritto”, dice lo striscione e questa, in uno spettacolo di danza, è una frase che non si può non condividere.
Glauco è colui che si è fatto ingannare da Circe, perdendo per sempre il suo amore, Scilla. Per Danzarte, l’inganno di Circe rappresenta la causa scatenante di una degenerazione inarrestabile. Vedere una cosa e scambiarla per qualcos’altro, credere in un obiettivo e scoprire che era sbagliato, fallace: tutto questo macchia l’anima. E Circe, che qui diventa venditrice di un modello di bellezza ingannevole, abile dispensatrice di consigli crudeli, incanta il pubblico con un assolo magnetico e ammaliante. E’ Marta Cogode a ballare, da solista, la coreografia di Pucci Romeo. E come Scilla, nella leggenda originaria, diventa un mostro per aver ceduto ai suggerimenti di Circe, così, nella versione “moderna” di Danzarte, la stessa Scilla comincia un processo di abbrutimento che la porta a diventare alcolizzata prima, barbona poi. Ma anche qui c’è salvezza: vestite da volontarie della Caritas, le ballerine di Danzarte portano sollievo ai derelitti, ballando sulle strazianti note degli Atmomy. Sono molto giovani (avranno undici o dodici anni) ma la loro interpretazione è intensa, l’emozione è realmente vissuta. In fondo, un coreografo (in questo caso Giovanna Tedesco, la direttrice della scuola) ha anche questo compito: raccogliere dal cuore di ogni ballerina la “capacità al sentimento” e trasportarla nei passi di danza, fonderla con la musica e regalare a tutti, ballerini e pubblico, un’emozione unica.
E poi, arrivano Mata e Grifone. Se nella leggenda sono una nobildonna siciliana e un saraceno violento, qui, sul palco del Vittorio Emanuele, diventano una giovane immigrata musulmana e un mafioso nostrano, arrogante e presuntuoso, che però trova la strada della redenzione. Grazie all’amore per lei, che rappresenta l’onestà. La break dance di Francesco La Vecchia infiamma il pubblico (”come ci riescono?” è la domanda che tutti si stanno facendo), ma l’atmosfera cambia quando entra in scena Mata, col capo coperto come vuole la tradizione, accompagnata da uno stuolo di amiche e da un gruppetto di bambine piccolissime e divertenti nei loro costumi orientali. Note da “Mille e una notte” (merito di Melo Mafali) per Mata e le sue amiche, che danzano come se inneggiassero alla vita. Ma sono appena sbarcate in una terra che nasconde lati oscuri: ci sono le meretrici - Pucci Romeo, il coreografo, racconta di essersi ispirato alle prostitute che affollano certe vie di Palermo - e ci sono gli scippatori, c’è chi chiede il pizzo e chi gioca d’azzardo, così come ci sono gli spacciatori. Dappertutto, non solo in Sicilia. Ma in Sicilia noi viviamo ed è questa la realtà che cerchiamo, da sempre, di combattere. Grifone è il male, è vero. Ma la sua è una figura ambivalente perché racchiude anche la possibilità che il male imploda e si annulli. Anche ballando, se serve. La coreografia di hip hop - montata da Emanuela Contarini su una musica di solo marranzano - sembra che voglia rimetterci in pace con le cose della vita. E ci riesce, giacchè Mata e Grifone si uniscono in matrimonio, generando la futura stirpe dei messinesi.
Infine, una scena che ci ricorda la nostra appartenenza a questa città: la processione della Vara, con tutti gli allievi sul palco. Le ballerine più grandi, vestite di bianco e azzurro come i tiratori, tengono le corde e simulano lo sforzo che ogni 15 agosto fa sì che la processione abbia luogo. E’ un saluto al pubblico, è anche un monito, come dicono le due voci narranti dell’intero spettacolo, Monia Alfieri e Sasà Neri: “Se non si grida evviva la libertà umilmente, non si grida evviva la libertà; se non si grida evviva la libertà ridendo, non si grida evviva la libertà; se non si grida evviva la libertà con amore, non si grida evviva la libertà“.
Libertà. Ecco, in una parola, lo spettacolo finale di Danzarte “Messina, tra mito e realtà”.
Musicisti messinesi nello spettacolo di Danzarte. La danza è un linguaggio universale che unisce i generi
Ecco gli artisti messinesi che hanno dato il loro contributo allo spettacolo di Danzarte “Messina, tra mito e realtà”.
Un grazie a tutti loro.
Giovanni Renzo, pianista e compositore messinese, a Danzarte ha donato La distanza della Luna, melologo per voce recitante, sax soprano, pianoforte e orchestra. L’opera (definita di “teatro musicale”) è ispirata all’omonimo racconto di Italo Calvino è nel 2007 è stata recitata da Arnoldo Foà al Teatro Antico di Taormina. Dal ‘79, anno del suo esordio, Renzo tiene concerti in tutto il mondo, offrendo al pubblico la sua arte e la sua preparazione jazz. Ha composto musiche di scena per spettacoli e musiche per film. Ma nonostante il successo nei teatri di tutto il mondo, rimane sempre legato alla sua città, a cui regala spettacoli indimenticabili. Brani di Giovanni Renzo accompagneranno i passi delle ballerine in tutte e quattro le leggende.
Giancarlo Parisi, con la sua zampogna e i suoi flauti, da anni sforna esperienze nell’ambito della musica popolare ma anche di ricerca, tanto da essere considerato uno dei maggiori esponenti della musica tradizionale siciliana. Di certo la sua originalità è da riscontrare nel modo in cui si è avvicinato agli strumenti musicali tipici della tradizione pastorale siciliana, dando vita a una sperimentazione che poi ha portato in giro per i festival di tutta l’area mediterranea e arrivando a collborazioni importanti (Fabrizio de Andrè, Eugenio Finardi, Mia Martini, Fiorella Mannoia). Suoi i brani che verranno utilizzati nella coreografia “Messinesi” nel racconto mitico di Mata e Grifone.
Antonio Calogero è un chitarrista e compositore che si è lasciato sedurre dalle influenze folk, jazz e classiche, portando la poesia del Mediterraneo in ogni sua opera. Anche per lui palchi e festival di tutta Europa non sono una novità. Nel 2009 ha composto Danza multietnica, brano scelto per lo spettacolo di Danzarte, oltre al brano Pandetera. Di lui hanno detto che “suona con passione” e con passione le ballerine danzeranno sulle sue note.
Placido Mandanici , nato nel 1779 a Barcellona Pozzo di Gotto, è considerato uno dei maestri della musica. Le sue composizioni trionfarono alla Scala di Milano e in tutti i teatri più importanti dell’Europa del diciannovesimo secolo. Nello spettacolo di Danzarte le Ninfe di Colapesce e Mata e le sue carceriere danzeranno sui brani Qui Mariam absolvisti e Te decet hymnus.
Gli Atmomy nascono con Paolo Palazzoli e Roberto Cosimi nel 1997. Fin dagli inizi collaborano con musicisti africani, apprezzandone le sonorità etniche, fino a partecipare a importanti festival. Con trombone, basso elettrico e piano (e con la new entry Massimo Dedo) esplorano nuove dimensioni del suono. Long voyage sarà il brano cheaccompagnerà alcune coreografie della leggenda di Glauco.
Katia Pesti, pianista e compositrice messinese, ha studiato con il Maestro Boris Porena, allievo di uno dei padri della musica moderna italiana, Goffredo Petrassi. Interprete di musiche per teatro e danza, ha cominciato ad avvicinarsi a sonorità etniche e sperimentali collaborando con gruppi jazz-rock. Ha fondato a Messina un centro studi di ricerca di musicoterapia e danzaterapia. Il tempo, Storm e Calliope sono i brani scelti per lo spettacolo di Danzarte.
Toti Poeta è cantautore, nonché pianista e chitarrista. E’ giovane, ma dietro di sé ha collaborazioni importanti (ha fatto da spalla, tra gli altri, alla Bandabardò). Ha fatto concerti in tutta Italia e festival francesi, eppure è sempre bello tornare a casa. Terre libere è il brano scelto per musicare i passi dei “ricercatori” nel racconto di Fata Morgana.
Roberto Scarcella Perino, compositore e pianista, ha scritto musica per teatro, coro, produzioni per l’infanzia e studia da direttore d’orchestra. Per la danza ha già scritto: in colalborazione con la New York City Ballet, ha scritto due balletti che sono andati in scena nel novembre 2004 alla Casa Italiana della New York University. Nello spettacolo di Danzarte i suoi brani sono stati scelti per la storia di Mata e Grifone.
I Truvatura prendono il nome dall’antica definiziona siciliana di “tesoro nascosto” e lo hanno scelto perchè per loro il canto popolare è qualcosa da andare a cercare, proprio come un tesoro. Canto popolare, quindi, ma arricchito dalla musica contemporanea del Mediterraneo e da testi ricercati. Con Jawed, i Truvatura accompagnano la Fata Morgana.
Pippo Mafali suona il basso e con il suo strumento attraversa tutti i generi musicali. Importanti le sue esperienze all’estero, ma anche quelle in casa (ha suonato, tra gli altri, con i Kunsertu). Tra le cose più emozionanti della sua carriera certamente c’è l’apertura di un concerto di Chet Baker. I suoi contributi a Danzarte si chiamano Dune, Indiani metropolitani e Echoes of Gibraltar.
Melo Mafali è pianista e compositore. Fin da piccolo ha partecipato a festival e manifestazioni nazionali, riscuotendo sempre grande successo. Ha lavorato moltissimo in Germania, Olanda e Belgio, colalborando con grandi nomi della musica. Suoi i brani Syren e Sanyl, estratti dall’album Sound of Lepanto, che accompagneranno le Sirene e Mata e le sue amiche.
Giovanni Puliafito e Giorgio Napolitani hannoofferto a Danzarte il brano Ascensione al regno della luce. Puliafito, compositore e pianista, ha scritto musiche per ogni cosa che richiedesse delle note: balletti, film, spot, teatro, orchestre. Napolitani, chitarrista motlo noto in Australia, ha composto ed eseguito, insieme a Puliafito, un’originale versione della Divina Commedia.
Saverio Vita è un giovane pianista e compositore e il suo contributo a Danzarte è composto da due brani, In corsa e Montsouris. Le Perle di Colapesce danzeranno su queste due composizioni. Ha fatto il turnista (ha registrato organi, pianoforti e sintetizzatori) per il disco di Andrea Balestra “Soundtrack of life”e attualmente fa dei riarrangiamenti (da De Andrè a Brassens). Inoltre, scrive musiche per cortometraggi e di recente ha proposto uno spettacolo di teatro-canzone su “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa e “Storia di un impiegato” di De Andrè.
Jvis ha compostole musiche originali per le coreografie di break dance di Francesco La Vecchia (in arte Napalm), proprio in occasione dello spettacolo di Danzarte. I brani originali di Jvis hanno trovato posto nelle storie di Colapesce e di Mata e Grifone.
I Kill The Pop sono un quartetto messinese che da qualche anno si fa apprezzare dal pubblico delle discoteche cittadine per l’originalità della sua musica elettronica. Le coreografie di modern in Mata e Grifone avranno i loro suoni sperimentali: la loro presenza nello spettacolo di Danzarte è la dimostrazione di quanto possa essere trasversale la musica, e di come la danza sia un linguaggiouniversale, che riesce a unire nello stesso spettacolo pianisti jazz e suoni etnici, canto popolare e musica elettronica.
Caterina Mittiga (Itam Comunicazione)
Danzarte su Ufficio Spettacoli
Il saggio di Danzarte “Messina, tra mito e realtà” trova spazio sul quindicinale culturale più letto a Messina e provincia.

Caterina Mittiga (Itam Comunicazione)
Le voci narranti: se la parola diventa immagine
Ci sarà un filo a legare i quattro quadri di “Messina, tra mito e realtà”. Il pubblico verrà guidato attraverso il racconto da due voci narranti, che leggeranno i testi scelti per l’evento e introdurranno le storie che poi prenderanno vita con la danza. Le due voci appartengono a Monia Alfieri e Sasà Neri, che a Danzarte tengono due laboratori di recitazione.
Monia Alfieri, che nello spazio di Danzarte lavora con i più piccoli, oltre a narrare le storie si è occupata di aiutare Giovanna Tedesco nella ricerca delle versioni originali delle leggende. “Il lavoro che ci ha impegnate di più è stato quello di decodifica del simbol. Ed è questo l’aspetto interessante: Colapesce, ad esempio, è uscito fuori dalla semplice storiella che tutti conosciamo, per entrare in un personaggio ‘disadattato’, un personaggio che si ritrova in un ambiente che non lo capisce e quasi non lo accetta. E sceglie di vivere sott’acqua per sfuggire alla superificialità che trova nel mondo. Qui subentra tutto un altro tipo di ricerca. L’idea originaria è quella di non trattare le leggende in maniera narrativa, ma in maniera evocativa: i testi scelti non raccontano ciò che accada, ma evocano sensazioni che tutti noi conosciamo. Sono testi poetici o attuali, ma comunque sempre evocativi, mai didascalici”.
Al pubblico verrà distribuito, oltre al programma di sala, anche un foglio in cui sono raccontate le leggende originali, in modo da poter osservare con occhi più consapevoli ciò che si svilupperà sul palcoscenico del Vittorio Emanuele.

(Monia Alfieri)
“Ho scelto dei testi tratti da Racconti di giugno, di Pippo Delbono - continua Monia - che è un regista e autore famoso in tutto il mondo. I testi su cui lavora sono sempre estremi: ha dei trascorsi di vita turbolenti e ha avuto a che fare con il disagio mentale. Alcuni dei componenti della sua compagnia si portano dietro vite difficili, con problemi seri, che poi sono diventati attori. Delbono quindi fa arte che potremmo definire “forte” perché ha l’urgenza di dire delle cose. La sofferenza porta urgenza e talvolta sitrasforma in teatro”. E poi ci saranno testi di Arthur Rimbaud: è visionario, evocativo, nei suoi testi c’èuna grande ricchezza di immagini. Un balletto è già poesia, ma se la parola diventa immagine, il pubblico può raggiungere davvero altre dimensioni e tutto il lavoro fatto diventa più prezioso”.
Monia sarà affiancata da Sasà Neri, attore e regista teatrale che a Danzarte guida il laboratorio di recitazione per allievi adulti. Sasà è reduce da uno spettacolo portato in scena lo scorso 25 giugno al Teatro della Luna Obliqua, Esoscheletri, costruito proprio per gli allievi di Danzarte.
“Gli spettacoli di Danzarte mi hanno sempre colpito per la ricchezza e la varietà dei temi scelti di anno in anno. E soprattutto per il modo in cui quei temi vengono trattati. Quest’anno lo spettacolo è stato costruito su quattro leggende messinesi, da calare però nella realtà contemporanea, con suggestioni e caratterizzazioni diverse, naturalmente, dalle epoche passate. Quando siamo venuti a conoscenza del tema di quest’anno, io e i coreografi ci siamo guardati in faccia e scommetto che ognuno di noi ha pensato ‘Ma come sarà possibile?’. Infatti, come ogni anno, alla fine è stato possibile, e con dei risultati che sorprenderanno il pubblico. E’ qui che sta la forza di Giovanna”.

(Sasà Neri durante uno degli ultimi spettacoli in cui ha recitato, Bronte 1860)
“Per quanto mi riguarda, il fatto che l’argomento sia mitico e leggendariomi stimola molto e mi agita un po’: sto lavorando per impostare la mia voce, perché dovrà essere una voce che evoca tempi lontani, mitici appunto. Trovo che la voce ideale sarebbe quella di Carmelo Bene. Ma io non sono Carmelo Bene, quindi mi impegnerò per essere all’altezza dell’idea da cui tutto è nato: vorrei che il pubblico, la sera del 4 e del 5 luglio, percepisse le emozioni che questo tipo di racconto può dare”.
Caterina Mittiga (Itam Comunicazione)
Mata e Grifone, il bene e il male
L’ultima leggenda narrata nello spettacolo di Danzarte sarà quella di Mata e Grifone. Di loro si dice, da sempre, che siano i fondatori di Messina. Secondo la storia originale, Grifone era un saraceno crudele che aveva l’abitudine di depredare la città. Un giorno vide la bella Mata, la rapì e la costrinse ad assistere alle sue scorrerie. Lei era di nobile famiglia e si rifiutò di unirsi a un tale malvagio che trucidava i cittadini. Alle insistenze di Grifone, Mata restava gelida, trovando la forza nella preghiera. Alla fine il saraceno, vinto dall’amore per lei, si fece cristiano e smise di essere un assassino. Fu così che la convinse a sposarlo e insieme ebbero così tanti figli che diedero vita alla stirpe dei messinesi.
Nell’interpretazione moderna di Danzarte, le parti si invertono: Grifone sarà siciliano, Mata sarà un’immigrata che arriva in Sicilia in cerca di accoglienza. Ma Grifone sarà anche un mafioso, che si lascerà lentamente trasformare - e redimere - dall’amore per Mata. Anche in questo quarto ‘quadro’ le figure che ruoteranno attorno ai protagonisti saranno complesse e arduo sarà portarle in scena. Meretrici, scippatori, giocatori d’azzardo, spacciatori: anche questa volta, la leggenda diventa espediente per raccontare la realtà (difficile immaginarla più dura di così). E tante sono le coreografie che animeranno quest’ultima parte di spettacolo.

(Francesco Boncordo - Grifone - e Giorgia di Giorgi - Mata)

Francesco La Vecchia (che tutti chiamano Ciccio e che invece preferisce farsi chiamare Napalm) ha curato le coreografie di break dance. “Non è stato semplice piegare la break dance al tema scelto per il saggio di quest’anno, che si è configurato come un vero e proprio spettacolo, data anche la presenza di musicisti messinesi scelti appositamente per l’evento. Le musiche per le mie coreografie le ha create un mio amico, Jvis: balleremo su pezzi originali. Ma lo spazio all’interpretazione personale dev’esserci sempre e così anche la break dance racconta di miti e leggende, a suo modo”.

(Napalm, l’insegnante di break dance)
Ma c’è un’altra disciplina che ha dovuto fare uno sforzo di interpretazione notevole. E’ l’hip hop, che a Danzarte ha il corpo e gli insegnamenti di Emanuela Contarini. Emanuela ha coreografato la scena dei giocatori d’azzardo e sembra entusiasta del tema scelto per il saggio 2011. “Ogni anno si cerca un tema per il saggio, perché anche i coreografi si sentano stimolati. I saggi degli ultimi anni sono stati mirati alla conoscenza e alla cultura: è uno stimolo alla ricerca. Molte di queste leggende non sono conosciute e con il saggio tutti noi, insegnanti e allievi, abbiamo avuto occasione di approfondirne la conoscenza.Il mio è uno stile che difficilmente si adatta all’interpretazione di miti antichi, eppure è stato interessante trovare nuove formule, nuovi modi di comunicare. Nelle musiche che ho scelto ci sarà il marranzano, strumento tipico siciliano che verrà usato in chiave hip hop”.

(Emanuela Contarini, insegnante di hip hop)

(I giocatori d’azzardo)
Simone De Lorenzo è il coreografo di modern. Con lui danzeranno anche alcune donne adulte, che “fanno del loro meglio durante le lezioni, ma soprattutto si divertono molto, hanno la passione della danza anche se, naturalmente, non hanno intenzione di ballare in maniera professionistica”.
“Metto molto di me nelle mie coreografie, tutto viene filtrato dal mio umore e dalla mia esperienza - ci racconta Simone - è inevitabile che accada. E l’interpretazione di una storia viene attraverso la coreografia, che guida la danzatrice alla scoperta del personaggio che le è stato affidato. Quando devo preparare delle bambine molto piccole, non posso chiedere loro di interpretare un ruolo senza che la coreografia faccia la sua parte. Io non sono un coreografo descrittivo: caratterizzo i personaggi magari attraverso un movimento che li identifichi e li faccia riconoscere dal pubblico. E così vado all’essenziale”.

(Simone De Lorenzo, il coreografo di modern)
Grifone sarà interpretato da Francesco Boncordo, ma Mata avrà due volti, quello di Giuliana Foti e quello di Giorgia di Giorgi.
“La danza dà delle emozioni che nessun’altra cosa è in grado di dare. Lavoro con Giovanna da sempre e le sue idee sono sempre originali: mette tanto impegno nel proporre ogni anno un tema diverso e stimolante, per il saggio. Il ruolo di Mata lo divido con Giorgia Di Giorgi e la mia parte corrisponde alla parte iniziale della storia, all’incontro fra i due protagonisti, e finisce con il rapimento”.

(Giuliana Foti è Mata nella prima parte del racconto)
Giorgia Di Giorgi interpreta Mata nella seconda parte del racconto. “Giovanna in molti altri spettacoli è stata legata alla città di Messina, alle storie siciliane: non è una tendenza nuova. da sempre cerca di portare avanti un impegno legato alla città, anche partecipando a manifestazioni locali che dessero importanza alle tematiche del territorio. E sempre ha voluto sottolineare l’importanza di tutto quello che c’è di buono in questa nostra terra. Il saggio di quest’anno si inserisce proprio in questa precisa volontà e noi stiamo facendo del nostro meglio perché il risultato sia eccellente”.

(Giorgia Di Giorgi sarà Mata nella seconda parte)
Caterina Mittiga (Itam Comunicazione)
Foto di Arturo Russo
Glauco. Il mito e la bellezza
Quella di Glauco è forse la leggenda meno conosciuta dai messinesi. Narra di un ragazzo - Glauco, appunto - che viveva a Messina, sulle rive dello Stretto: di lui si pensava che fosse figlio di Nettuno. La bella ninfa Scilla, che era innamorata di lui, decise di chiedere a Circe, maga crudele, dei consigli per conquistarlo. Ma Circe, dopo averlo conosciuto, decise che Glauco sarebbe stato suo. Trasformò così Scilla in un mostro marino ed ebbe Glauco tutto per sè. Finché non si stancò di lui e lo lasciò, disperato e solo. Un giorno Glauco, ormai vecchio, si accorse che i pesci che aveva pescato riprendevano vita se li appoggiava su un verde prato vicino al mare. Mangiato un ciuffetto d’erba, divenne tutto verde, fino a diventare un tritone marino, ricongiungendosi così con Scilla. Da allora si dice che quando Scilla si infuria agitando il mare, Glauco emerga dal fondo per rasserenarla.
Circe, nel racconto di Danzarte, diventa una venditrice di prodotti di bellezza falsi e ingannevoli, una truffatrice “dalla doppia personalità” racconta Pucci Romeo, autore di coreografie anche in questa storia “un donna che propone, anzi impone, un modello di bellezza femminile falsato. Che è un po’ quello che succede anche oggi”. Nella versione moderna del mito, lo spazio del racconto sarà un salone di bellezza e attorno ai protagonisti ruoteranno personaggi come i senzatetto e i volontari della Caritas.

In questa parte di racconto, il personaggio di Scilla è stato affidato a Gaia Gemelli, mentre Marta Cogode sarà Circe.
“Circe vuole vendere un modello di bellezza malato: io sono la cattiva del racconto. L’interpretazione in chiave moderna di miti così antichi ci dà l’occasione di sviscerare problemi attuali, e di comprenderli meglio. La coreografia montata per me è un pezzo di contemporaneo molto difficile, ma vedere il risultato finale che tutte noi porteremo in scena mi compenserà di tutta la fatica”.

(Marta Cogode, la maga Circe)
Caterina Mittiga (Itam Comunicazione)
Foto di Arturo Russo
Fata Morgana, le promesse illusorie
Chi era Fata Morgana? Secondo la leggenda era una maga in grado di proiettare sullo Stretto di Messina immagini false e illusorie che ingannavano tutti quelli che volevano raggiungere la Sicilia per mare. Tranne Ruggero il Normanno, l’unico che riuscì a non farsi traviare dalle visioni che apparivano sulle acque.
Nel racconto che ne fa Danzarte, Fata Morgana è una donna innamorata di un uomo che vuole sedurre attraverso l’arma della corruzione. Non ci riuscirà, ma gli strumenti che usa saranno di forte impatto. L’attualità è qui molto presente: sulla scena ci saranno dei giovani ricercatori che rivendicano il diritto alla cultura, diritto che negli ultimi tempi è stato messo in discussione.

Oltre alle coreografie di Giovanna Tedesco, questa parte di spettacolo avrà le coreografie di danza contemporanea studiate e montate da Pucci Romeo. Formatosi a Palermo, ha lavorato con i più grandi danzatori di jazz e contemporaneo (come Bernard Estrabaut, con cui Danzarte ha organizzato degli stage, negli anni passati). Attualmente è vicepresidente della Liacos (Libera Associazione Coreografi Siciliani), che ha come obiettivo la diffusione della danza contemporanea d’autore.
“Difficile trovare una chiave di lettura adatta a spiegare come queste leggende possano raccontare i fatti di oggi - racconta Pucci Romeo - eppure lo sforzo è stato fatto proprio in questa direzione: si è cercato di trovare un filo che collegasse il passato al presente. Abbiamo scoperto che attraverso il movimento questo filo si può trovare. Attraverso il movimento si può raccontare una storia”.
Pucci ha curato la coreografia che porta sulla scena la classe dirigente corrotta: “Mi sono ispirato alla Banda Bassotti, per me i politici corrotti sono così. E poi, ho lavorato molto sui gesti, sulle espressioni”.

(Pucci Romeo, coreografo di danza contemporanea)
Ruggero sarà interpretato da Simone Sanni, mentre nella parte di Fata Morgana ci sarà la solista Marta Passalacqua, 22 anni, 18 dei quali passati sulle punte. “Ogni ruolo all’interno dello spettacolo è molto difficile da interpretare. Dovremo portare sulla scena delle escort, delle spacciatrici : come si fa a rendere credibile, con la danza, un personaggio talmente complicato, talmente scomodo? Non si stratta della ballerina classica a cui il pubblico è abituato. Ma tutti i saggi di Danzarte hanno rappresentato una sfida per noi ballerine, abbiamo sempre dovuto confrontarci con ruoli complicati. E poi, non c’è solo il ballo: l’interpretazione sul palco coinvolge corpo e anima”.

(Marta Passalacqua, nello spettacolo sarà Fata Morgana)
Caterina Mittiga (Itam Comunicazione)
Foto di Arturo Russo
Colapesce. Se diventare adulti è una sfida.
Un pescatore che ama il mare e tutte le sue creature: nuota come un delfino e la gente lo chiama Colapesce. E’ il protagonista del primo racconto di “Messina, tra mito e realtà”. Si narra di un abile nuotatore che il re Federico II, passando dallo Stretto di Messina, decide di mettere alla prova gettando in mare oggetti che Colapesce deve recuperare. E li recupera. Finché la principessa getta un anello d’oro. Colapesce si tuffa, ma non riemerge più: sott’acqua ha visto che una delle colonne che reggono la Sicilia sta bruciando, allora decide di reggerla sulle spalle, restando per sempre negli abissi.
Questa è la leggenda. Che Giovanna Tedesco, la direttrice di Danzarte, ha trasformato in quello che in letteratura si chiama “racconto di formazione”: un ragazzo cresce e attraversa le varie fasi della vita, confrontandosi col mondo che lo ha accolto. Accanto alle ninfe, ai coralli, alle sirene, ci saranno videogiochi, discoteca e televisione.
Il racconto della leggenda di Colapesce è stato affidato in gran parte all’interpretazione delle allieve più piccole di Danzarte: Sirene, Ninfe, Perle, Coralli, hanno un’età compresa tra i sei e i nove anni. A prepararle allo spettacolo ci hanno pensato Giovanna Tedesco e la figlia, Gaia Gemelli.
“Lavorare con le più piccole è molto bello - racconta Gaia in una pausa dalle prove - è bello aiutarle a superare la timidezza, a imparare a parlare con il corpo, anche attraverso il gioco-danza. Lavoriamo a questo saggio già da molti mesi e anche le bambine si sono dimostrate molto tenaci”. Gaia, che affianca quotidianamente la madre nelle lezioni e nella preparazione degli spettacoli, ha conseguito nel 2010 la laurea specialistica, con indirizzo contemporaneo, all’Accademia Nazionale di Danza a Roma e da un anno tiene i corsi di danza educativa, propedeutica e avviamento (senza dimenticare il metodo Feldenkrais) nella scuola di Giovanna Tedesco.

(Gaia Gemelli, coreografa)
“Ogni anno mia madre condivide con noi coreografi la sua idea per il saggio: ci confrontiamo e cominciamo a lavorare. Ogni coreografo ha il tema generale, da sviluppare poi secondo la propria sensibilità e il proprio metodo di lavoro. Ad ognuno di noi poi spetta la scelta dei costumi, delle musiche, e quest’anno è stato particolarmente stimolante perché abbiamo voluto affidarci a musicisti e compositori messinesi. Alcuni di loro li conosco personalmente, ed è stato interessante instaurare un confronto artistico, anche perché abbiamo collaborato con artisti in grado di comporre brani molto diversi fra loro, tutti originali e tutti musicalmente accattivanti”.
Gaia Gemelli ha curato anche alcune coreografie del racconto di Mata e Grifone, con le allieve più piccole di Danzarte. Per questa coreografia ha scelto le musiche di un artista che si chiama Giancarlo Parisi “musiche vivaci, divertenti, adatte alle bambine. E poi sono felice perché questa coreografia l’abbiamo montata io e mia madre, insieme”.

(le allieve più giovani in un momento delle prove)
Nella storia di Colapesce, la ballerina solista è Martina Basile, che vestirà i panni di una giornalista e danzerà su una coreografia di modern, ideata dal coreografo Simone De Lorenzo.
“Il momento più impegnativo” ci racconta “è stato quando tutte noi abbiamo dovuto capire come rendere attuali delle storie così antiche. E’ necessario far comprendere al pubblico in modo semplice come la leggenda riesca ancora a parlare di vicende attuali. Per questo spettacolo ci è stato richiesto un grande sforzo di interpretazione, ma per noi che balliamo con Giovanna da sempre l’impegno non è una novità. La danza classica, che tutte noi balliamo fin da piccole, ci ha aiutate a gestire bene ogni tipo di sforzo. Ecco perché è alla base di tutto”.

(Martina Basile, la ‘giornalista’ solista nella leggenda di Colapesce)
Caterina Mittiga (Itam Comunicazione)
Foto di Arturo Russo